ANNA GIURICKOVIC DATO – La figlia femmina

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Anna Giurickovic Dato, “La figlia femmina” (Fazi Editore, Gennaio 2017)

Conturbante, sensuale, avvolgente e caldo come le infuocate atmosfere di Rabat, La figlia femmina, il primo romanzo di Anna Giurickovic Dato, è un piccolo scrigno delle meraviglie, capace di sorprendere il lettore dalla prima all’ultima pagina.

Ambientato tra una Rabat inondata di luce e di colore e una Roma sanguigna e accogliente, il racconto si apre con un episodio che – fatalmente – è destinato a segnare l’intera narrazione, quello dell’approccio carnale di Giorgio – funzionario diplomatico di stanza nella capitale marocchina – nei confronti della figlia Maria, una bambina sveglia, dolce e perspicace. L’ingombrante segreto sarà destinato a scompaginare in modo implacabile e decisivo gli equilibri famigliari, scorrendo come un fiume carsico appena sotto il livello di una quotidianità apparentemente serena. A raccontarci la vicenda è Silvia, moglie docile e devota e madre tanto premurosa quanto incapace (o insufficientemente disposta) a raccogliere le numerose spie di allarme lanciate da Maria, imprigionata nei meccanismi subdoli di una sensibilità rara e di un corpicino florido e avvenente.

Non dorme mai. Di notte passeggia per il corridoio buio e, senza avere consapevolezza del rapporto che c’è tra il suo corpo e lo spazio, sbatte sui muri e fa rumore.

La giovanissima autrice – la cui scrittura si rivela sin da subito vivida, puntuale e incisiva – mette in scena con maestria e sicurezza la quotidianità di una famiglia oscillante tra la bonaccia di una routine agiata e la burrasca del ‘non detto’, punteggiando la narrazione di metafore felici e di indiscutibile impatto. In un sapiente alternarsi di piani temporali il cui slittamento è spesso introdotto da dialoghi spontanei e ben costruiti, assistiamo alla crescita di Maria, inevitabilmente condizionata da un turbamento interiore che si esprime in un progressivo isolamento dal mondo esterno.

Maria era solo un grumo di coperte da cui usciva un piede bianco, avvizzito.

Si disperava, soffocava le urla coprendosi la bocca con il cuscino […] Così talvolta nascondevo anche io il viso tra le ginocchia e anche io piangevo, acuendo i singhiozzi perché non si sentisse sola.

A increspare ulteriormente l’andamento della narrazione arriva un evento tragico e irreversibile, che determinerà il ritorno di madre e figlia a Roma, a fianco della madre di Antonio – Adele – mal sopportata da Silvia per quel suo vizio impertinente di fare domande e di pretendere risposte. Se i capitoli ambientati a Rabat – pervasi dalle atmosfere calde e avvolgenti di un Marocco assolato – sono dominati dalla figura austera, autorevole e apparentemente indistruttibile di Giorgio, le pagine romane di questo sorprendente romanzo sono in gran parte occupate da una seconda figura maschile, quella di Antonio, nuova fiamma di Silvia. In un vorticoso cortocircuito di emozioni – condensate nello spazio di un pranzo, il primo in cui Maria e Antonio sarebbero stati seduti allo stesso tavolo – il lettore assiste impotente e incredulo ad un ripetersi di errori fatali e di implacabili meccanismi, in cui il piano della realtà e quello dell’immaginazione sembrano confondersi per poi disgiungersi nuovamente nella mente di Silvia, sempre più confusa di fronte a una figlia irriconoscibile, a un uomo trasfigurato e a una realtà che – in ultima analisi –sembra non appartenerle più.

Nonostante questa giornata sembri infinita, nonostante non immagini nessun epilogo e la testa mi giri, e ciò che ho intorno sembri avvenire e non avvenire affatto […] ho bisogno di afferrare un ricordo felice.

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Anna Giurickovic Dato è nata a Catania nel 1989 e “La figlia femmina” è il suo primo romanzo.

Con uno stile fotografico, semplice, eppure puntualissimo “La figlia femmina” affronta temi di grande portata emotiva e sociale: la violenza domestica, la mancata elaborazione di quest’ultima, l’ipocrisia più sfacciata vissuta da un lato e attivamente perpetrata dall’altro. Anna Giurickovic Dato mette in scena il meccanismo crudele eppure fatalmente implacabile secondo il quale chi ha subito un affronto è portato a replicarlo a danno principalmente (ma non esclusivamente) di chi viene giudicato responsabile – diretto o indiretto – della propria sventura, in un inarrestabile vortice di rabbia e sete di vendetta, di dissimulazione e instabilità, di freddezza calcolatrice e umano disorientamento.

Se il lettore assiste con sgomento e apprensione alla sensualità montante che tracima dal corpo di Maria – vittima e carnefice in un gioco evidentemente più grande di lei – non meno forte è l’impatto emotivo suscitato dalla personalità di Silvia, una madre divisa tra la sostanziale incapacità di affrontare una situazione famigliare ambigua e scivolosa e la fatale attrazione verso una vita sicura, felice (a suo dire), e vissuta nella (meschina) convinzione che aggrapparsi mani e piedi alla persona amata possa essere la sola strada degna di essere percorsa nella vita.

L’avrei chiusa in camera finché non mi avesse implorata. Era lei che distruggeva l’idea di famiglia ideale che avevo. Lei che mi ricordava ogni giorno di quanto fossi un fallimento. Lei, che con la sua furia voleva costringermi a vedere. Io non vedevo niente.

Questa donna immatura e viziata, che solo sul finale del romanzo prende faticosamente coscienza della sua inerziale marginalità rispetto alla crescita e all’educazione di Maria, suscita nel lettore emozioni molteplici e contrastanti che vanno da una tenue e poco convinta simpatia ad una rabbia senza appello, passando per una compassione sincera e un’insofferenza palpitante.

Ho sempre saputo che non avrei fatto niente di importante nella vita, che avrei trascorso un’esistenza sottotono [….].

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“La figlia femmina” – Fazi Editore, € 16,00 (soltanto per il primo mese il romanzo sarà in vendita al prezzo speciale di 10 €).

Un ruolo indiscutibilmente centrale è poi quello assunto da Giorgio e Antonio, due figure maschili solo apparentemente integre e forti, ma in realtà incapaci di resistere alle sirene di una bellezza acerba, civettuola e lusinghiera. Caratterizzate da un’incostanza dolorosa perché snervante e impegnate in un mal dissimulato conflitto interiore tra integrità e pulsione, i due protagonisti maschili di questo prodigioso romanzo manifestano una debolezza affiorante che sconcerta Silvia, ma non per questo la mette doverosamente in allarme.

Giorgio non è mai stato un uomo caloroso, ma sembrava saldo. Aveva un tono autoritario che amavo. […] Tutto questo strutturarsi era un proteggersi, la durezza, la minuziosa osservanza delle regole, erano la gabbia che si era costruito per fermare il mostro.

Dotato di una profondità psicologica e umana che rimanda all’indimenticabile Alberto Moravia e capace di ricordare il fascino caldo e ammaliante della migliore narrativa italiana contemporanea da Simonetta Agnello Hornby a Elena Ferrante, “La figlia femmina” è un romanzo destinato a far parlare a lungo di sé, per la potenza del suo messaggio e per la sorprendente maturità con cui la sua autrice si è affacciata sullo scenario letterario del nostro paese.

Microcosmi – Federica Pedroni 

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“La Medina riposa e con lei i suoi odori, i colori accesi delle stoffe e delle spezie che durante il giorno sono cascate di polvere su vassoi di rame”.
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