ELIZABETH STROUT – Mi chiamo Lucy Barton.

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Elizabeth STROUT – Mi chiamo Lucy Barton (Einaudi 2016, € 17,50)

Quella di Lucy Barton è una storia di umiliazioni e di povertà, di miseria e di privazioni. Una storia di isolamento fisico e culturale che lascia progressivamente – e faticosamente – il posto a un avvenire che rappresenta un parziale ma importantissimo riscatto rispetto al periodo tormentato di un’infanzia traumatica e perciò impossibile da dimenticare. Quella che Lucy ci narra è la storia che la vide protagonista anni prima, quando in seguito ad un’operazione fu costretta ad una lunga degenza in ospedale, dovuta alle complicazioni insorte dopo l’intervento. La lontananza dalle due figlie e dal marito – quasi mai presente al suo capezzale – e la sostanziale incapacità di scorgere dalle parole dei medici delle indicazioni certe circa il suo stato di salute fiaccarono ulteriormente quella giovane donna, ridotta ormai a pelle e ossa dalla malattia e dall’isolamento a cui quest’ultima l’aveva obbligata. Un giorno, con grande sorpresa di Lucy, comparve nella sua stanza la madre, che ormai da molti anni non faceva più visita alla figlia. Per cinque giorni e cinque notti in quella stanza di ospedale da cui si vedeva in tutta la sua scintillante bellezza il grattacielo Chrysler le due donne intrattennero una conversazione fatta di confessioni e silenzi, di racconti futili e di allusioni al loro doloroso passato, una chiacchierata profondamente intima e vera, come solo quella tra una madre e una figlia potrebbe – dovrebbe – essere.

<< […] mia madre cominciò a raccontarmi aneddoti di persone che avevo conosciuto molto tempo prima. Parlava in un modo che non ricordavo, come se parole, sentimenti e osservazioni le si fossero accalcati dentro per anni e adesso le uscissero in un sussurro disinibito >>.

Lo splendido romanzo di Elizabeth Strout – costruito con mirabile equilibrio di stile e con una grazia difficile da dimenticare – si incardina su questo emozionante dialogo, a cui si alternano brevi capitoli in cui Lucy racconta la sua infanzia e la sua giovinezza.

Cresciuta con i genitori e i fratelli in un piccolissimo paesino dell’Illinois, Lucy aveva trascorso un’infanzia totalmente priva di qualsivoglia comodità: niente vicini di casa con cui conversare, niente TV e niente libri, poco cibo in tavola e un’atmosfera di lugubre isolamento ad accompagnare ogni giornata.

<< Nel bel mezzo dei campi di granturco c’era un albero isolato di strabiliante potenza. Per molti anni lo considerai mio amico; sì, un mio amico >>.

La sua casa per undici lunghi anni fu uno squallido garage che nei mesi invernali diventava una prigione ghiacciata, tanto da suscitare in Lucy un terrore istintivo e incontrollabile per la sensazione di freddo. Fu grazie ad un’insegnante che l’esistenza stentata di Lucy Barton prese una piega diversa, indirizzandosi su binari che l’avrebbero condotta alle soglie dell’età adulta con una consapevolezza di sé e del mondo ben più profonda di quella che la sua infanzia miserrima le aveva riservato. La passione per la lettura e l’impegno scolastico le valsero una borsa di studio in un college vicino Chicago e aprirono la sua mente ingenua ad un universo di cui si innamorò istantaneamente.

<< I libri mi davano qualcosa […] mi facevano sentire meno sola. [il college] mi piacque subito, da non poterlo dire, da restare senza fiato! […] la sera che tornai a casa per il Ringraziamento non riuscivo a prender sonno, ed era perché avevo paura di essermela sognata, la mia vita al college >>. 

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Tra le opere di Elizabeth Strout più apprezzate da critica e pubblico c’è senza dubbio “Olive Kitteridge”, un ‘romanzo in racconti’ che è valso alla scrittrice statunitense l’ambitissimo Premio Pulitzer nel 2009 e i premi Bancarella e Mondello rispettivamente nel 2010 e 2012. (Olive Kitteridge, Fazi Editore – I Ediz. Luglio 2009, € 18,50). L’immagine qui proposta è comparsa sull’account Instagram di Microcosmi: microcosmi_itineraridilettura_

In quel luogo, che rappresentava per lei il simbolo inequivocabile di un riscatto umano e culturale, Lucy incontrò il ragazzo che sarebbe presto diventato suo marito, figlio di un prigioniero di guerra tedesco e per questo capace di suscitare istintivamente nel padre della ragazza un tumulto di emozioni contrastanti e dolorosissime. Fu a causa delle sue origini che l’incontro tra William e la famiglia di Lucy si consumò in poche gelide battute. Il padre di Lucy, infatti, si era reso suo malgrado protagonista di un’esperienza drammatica durante la guerra, ammazzando due giovani tedeschi. A distanza di anni il tormento di quel gesto era ancora ben vivo nella mente dell’uomo e il giovane compagno di Lucy rappresentava ai suoi occhi un ragazzo così simile a quei giovani che aveva ucciso da non poterne sopportare il pensiero né la vista. All’indomani di quell’incontro fatto di silenzi e di palpabile imbarazzo Lucy non vide più nessuno dei suoi famigliari fino al giorno in cui – a molti anni di distanza – la madre varcò la porta di quella stanza d’ospedale cambiando per sempre il futuro di una figlia che non aveva mai smesso di amarla e di pensare a lei con ineffabile tenerezza.

<< Ero così contenta. Oh, ero così contenta di parlare in quel modo con mia madre! >>.

<< […] sonnecchiavo ascoltando la voce di mia madre. Pensavo: non voglio nient’altro >>.

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A sinistra un primo piano di Elizabeth Strout, pubblicata in Italia da Fazi Editore. L’autrice, originaria del Maine ma newyorkese d’adozione, ha pubblicato alcuni racconti su importanti riviste ed è stata insignita di prestigiosi premi letterari negli Stati Uniti e non solo. A destra l’edizione in lingua inglese del romanzo edito in Italia da Einaudi.

Le giornate trascorse da Lucy con la madre si trascinano lente, tra discorsi disimpegnati e lunghi silenzi ad un tratto interrotti da un nuovo fiume di parole che parevano essere lì, pronte da anni, per essere finalmente portate a galla. Quello che si svolge tra madre e figlia è ben più di un dialogo intimo e spontaneo, ma rappresenta un ricongiungimento umano e spirituale dal forte valore simbolico. Quella madre taciturna e dimessa, che per lunghi anni aveva giustificato e minimizzato i gesti folli ed estemporanei di un uomo – suo marito – profondamente segnato dalla Guerra, quella madre che aveva vissuto sulla pelle l’umiliazione della miseria e l’aveva sopportata negli occhi dei figli, ora era lì, a riprendere finalmente in mano le redini di un rapporto in cui le reticenze e la pietà soffocata nel ‘non detto’ avevano prevalso sulla serenità e sulla spontaneità dell’amore materno.

<< Smisi di ascoltare. Era il suono della voce di mia madre che volevo più di tutto; quel che diceva non aveva importanza >>.

La pagine dedicate da Elizabeth Strout alle giornate trascorse da Lucy con la madre si alternano a brevi intermezzi in cui la protagonista di questo eccellente romanzo ci racconta, a distanza di anni, cosa ne fu della sua vita dopo la lunga e logorante degenza in ospedale. Scopriamo così chi era Jeremy, e chi erano le poche persone che aveva conosciuto nei primi anni di matrimonio con William, scopriamo quanto complessa e tormentata fu la sua carriera di scrittrice, fatalmente condizionata dalla durezza delle esperienze patite durante l’infanzia. Scopriamo quanto penoso e amaro fu per una donna come Lucy, dotata di una sensibilità profonda e dolente, incontrare da vicino il dramma dell’AIDS, una piaga che negli anni Ottanta era sinonimo di stigma sociale e di sprezzante discriminazione.

<< Nel periodo di cui sto scrivendo  l’AIDS era una cosa terribile. […] nel letto vedevo un uomo […] e avevo l’impressione che mi guardasse fisso. […] i suoi occhi dicevano: Non distoglierò lo sguardo. Io avevo paura di lui, della morte, di mia madre che se ne andava. Ma i suoi occhi non distolsero mai lo sguardo >>.

<< Jeremy mi guardò, con un’espressione di grande dolcezza, e ora mi rendo conto che aveva intuito di me qualcosa che io non sapevo: che a dispetto della mia completezza mi sentivo sola. Quello della solitudine era il primo sapore che avevo assaggiato nella vita e non se ne andava più, nascosto nelle pieghe della bocca >>. 

<< Jeremy. Non sapevo che fosse gay. Non sapevo che fosse malato. […] E adesso se n’era andato – era morto – mentre io non c’ero >>.

La vita di Lucy, ce lo racconta lei stessa, prese infine binari diversi da quelli dal marito, che così poco l’aveva sostenuta durante i mesi trascorsi in ospedale e che spesso l’aveva trattata con compassione più che con amore. La donna fragilissima e dall’animo meraviglioso raccontata da Elizabeth Strout ci racconta del suo nuovo marito e della sua carriera professionale con una grazia e un’onestà che lascia senza fiato. Una lettura intensa e di grande bellezza, che racconta l’animo umano senza il timore di sondarne i recessi più dolorosi.

<< Ma questa è la mia storia. […] E io mi chiamo Lucy Barton >>.

Microcosmi – Federica Pedroni

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<< Elizabeth Strout scrive romanzi a tutto tondo, romanzi alla vecchia maniera eppure nuovi, romanzi corposi, classici, avvolgenti >>. Paolo Giordano, “Corriere della Sera”.

 

 

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